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Il Signore non si stanca di attendere i nostri frutti - GRAVINAOGGI

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Il Signore non si stanca di attendere i nostri frutti

Politica e cultura
Albero di fico di Port Jackson, Disegnato da Lloyd Rees, Matita su carta, Collezione dell'Università del Queensland

Lo abbiamo già incontrato, curvo sulle radici, sudato e sporco di polvere, chino a zappettare o a camminare, con occhi splendenti di fiducia, spargendo semi in abbondanza: sì, lo abbiamo già incrociato sulle nostre strade, questo Dio contadino instancabile, che non si ferma mai, che ricomincia sempre daccapo e non si lascia abbattere dalle delusioni e dai tradimenti. Perché così è la vita, inguaribilmente ottimista. E così è Dio: «Voglio lavorare ancora un anno intorno a quel fico e forse porterà frutto». Ancora un anno. Questo è l’unico miracolo ed è quello di Dio: vedere sempre una piccola probabilità nello stoppino fumigante, nella canna incrinata. È un Dio che si accontenta e si aggrappa ad un fragile “forse” e lascia un altro anno di respiro ai tre anni di inutilità, perché si fida, oltre ogni speranza. Forse. Parola dubitativa di quando tutto può succedere e tutto ancora farsi. Forse ti troverò, forse mi salverò, forse guarirò, forse ritornerò... Forse, si apre alle possibilità, si incanta sul futuro o, più semplicemente, sul dopo. Non chiude. Non definisce una condizione, ma resta sospeso e attende. Forse, porta in cuore un dubbio e custodisce la bellezza del rientro. Che bello quando ancora gli accadimenti non sono accaduti, quando costringono in una pausa di attesa, o in un respiro trattenuto. Tutto può ancora succedere, anche quel fico sterile può dare frutti, se sono disposto a lavorarci. E che bello sentirci sempre, in qualsiasi momento ed a qualsiasi età, dei semi. Gonfi di possibilità, ricchi di umori e linfe che circolano dentro e da cui poter attingere, carichi di un futuro già tutto presente, già tutto qui. Un concentrato di forza e di energia. Lui così mi vede, quel Dio contadino e visionario che perde il suo tempo attorno alla mia terra secca. Quel Dio che non si rassegna. Forse cambierò, forse riuscirò a diventare un poco migliore, forse domani questi miei difetti svaniranno, ma oggi devo imparare ad essere paziente. Una pazienza che nasconde in cuore il sogno, che accarezza e sospinge, che accompagna e guida: la pazienza di Dio, insomma, che accetta il nostro povero amore, le nostre virtù sgangherate, gli altalenanti buoni propositi e i tempi di sterili aridità. Così, con questo “forse” tra le mani e nel cuore, ci avviamo verso la Pasqua, nel nostro cammino di resurrezione, cammino di vita che va incontro alla vita. Da piangere di felicità.
Luigi Verdi avvenire.it


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